INTERVISTA
Padova, 12 maggio 2004
INTERVISTA ALLA PROF.SSA FAVA VIZZIELLO:
Come nostra madrina, l'intervista che stiamo per farle per noi
sarà la prima.
Un vero onore
Una presentazione personale: come si definisce dal punto di
vista teorico? Qual'e' il suo quadro teorico di riferimento?
Ho una formazione psicoanalitica: l'analisi didattica e parte
del training in Svizzera dove ho lavorato per 7 anni nella clinica
psicoanalitica di Prangins con Racamier, Durand e Woodbury. occupandomi
in particolare di psicoterapia individuale ed istituzionale di
giovani psicotici. Al mio ritorno in Italia ho cercato di raccordarmi
coi gruppi basagliani che stavano rivoluzionando il sistema assistenziale.
Gli psicanalisti negli anni 70 non avevano in Italia posizioni
di responsabilità nelle istituzioni. Fornari tentava di
parlare di psicoanalisi nelle Istituzioni, ma il discorso non
era ancora accettato, mentre in Svizzera ed in Francia gli psicanalisti
erano direttori delle Istituzioni.
In quella fase c'era molta attenzione all'interazione tra soggetto
ed ambiente. Vi era uno spostamento del focus dell'intervento
dal soggetto, all'interazione tra il soggetto e l'ambiente, o
addirittura al solo ambiente, come responsabile di ogni problema.
In quegli anni non si lavorava ancora molto con i bambini piccoli:
cominciavano allora a diffondersi i lavori di Anna Freud, della
Klein e di Winnicott, ma è solo con l'osservazione della
Bick, e più tardi con Stern, che anche in Italia vengono
introdotti questi parametri di intervento. Da allora ho continuato
a sviluppare il filone dinamico-interattivo ed, in particolare,
ad occuparmene nella longitudinalità dello sviluppo (Fava
vizziello, Zorzi, Bottos 1993) e dei cambiamenti che avvengono
naturalmente rispetto a quelli che avvengono in terapia. Ho quindi
cominciato a sviluppare con sempre maggio attenzione il concetto
di genitorialità come funzione relativamente autonoma
rispetto alla struttura di personalità e quindi ad occuparmi
degli interventi specifici sulla genitorialità.sensu stricto
(Fava Vizziello ,Stern 2002 e Fava Vizziello 2003, Fava Vizziello
,Simonelli 2004) e sulla genitorialità di chi lavora nelle
professioni di aiuto (Disnan, Fava Vizziello 2004). Negli anni
'80 ho cercato anche di capire se potevamo utilizzare le produzioni
abituali dei bambini a scuola (i temi in particolare a scopo
diagnostico.(Fava Vizziello e coll 1981,1983,1991). Ho cercato
di capire anche quanto si potesse lavorare con gli insegnanti
invece che direttamente coi bambini. Ho cominciato, quindi, a
lavorare sulla narrativa, perché è uno degli strumenti
più facili da utilizzare. In questi ultimi anni la narratività nella
genitorialità, la differenza tra genitorialità e
struttura del genitore e l'evoluzione del bambino rispetto alla
genitorialità nel tempo sono stati al centro del mio interesse.
Quali sono stati i momenti in cui Lei si è avvicinata
al discorso della genitorialità?
Ve ne sono stati due: il primo momento è stato quando
lavoravo in Trentino. Allora avevamo a disposizione le statistiche
di Lebovici, per cui il 10% dei figli di psicotici si presumeva
dovesse essere psicotico. Ci siamo resi conto che avevamo troppi
pochi genitori psicotici tra i bambini che c'erano nel nostro
Servizio.
Di fatto, noi avevamo 2000 bambini e solo una settantina di loro
avevano genitori psicotici, almeno riconosciuti come tali. Questo
ci aveva molto meravigliato, anche perché, essendo il
Servizio aperto da poco, ci arrivavano bambini gravi, con sintomatologie
psicotiche molto implicanti, che a maggior ragione avrebbero
dovuto avere genitori gravi. È stato il primo momento
in cui abbiamo detto che forse la genitorialità e la malattia
mentale nelle persone hanno un percorso evolutivo diverso (Fava
Vizziello, Disnan, Colucci 1991), ed abbiamo cominciato a studiare
longitudinalmente queste situazioni. Abbiamo così capito
che la genitorialità è funzione che si gioca nell'intersoggettività dell'hic
et nunc, oltre che nella relativa continuità
ell'attaccamento,
prodotto di una serie di fattori famigliari e che riguarda quel
determinato bambino in quel determinato momento, con quella determinata
coppia, con quella determinata famiglia allargata alle spalle,
con quella casa con quel contesto. È lì che si
e' fatta molto chiara l'idea che non potevamo fare equivalenze
tra l'avere una malattia mentale e l'essere un genitore malato,
l'avere una genitorialità malata e che una persona sana
poteva presentare momenti di genitorialità estremamente
difficili, malati. Abbiamo studiato la processualità di
questa funzione interattiva, fondamentale sistema motivazionale
per lo sviluppo del bambino, che può cambiare in ogni
momento. La genitorialità cambia, comunque, nei diversi
momenti dello sviluppo del bambino perché il genitore
attinge dalle proprie rappresentazioni corporee e mentali arcaiche
oltre che dal modo di essere attuale e dal proprio sistema relazionale.
Sia i genitori fondamentalmente sani che quelli malati hanno
momenti di difficile ed adeguata genitorialtà, più o
meno lunghi
Il secondo momento in cui mi sono avvicinata al discorso della
genitorialità, è stato molto affascinante e si è potuto
organizzare attraverso l'osservazione del farsi della genitorialità.
Abbiamo fatto un follow-up di bambini grandi prematuri continuato
per 16 anni e contemporaneamente del formarsi della funzione
genitoriale nelle madri e nei padri dalla gravidanza fino a quando
i bambini avevano 5 anni. In questo modo siamo riusciti a seguire
lo sviluppo dei bambini ed abbiamo proprio visto, momento per
momento, come si facevano i giochi (…).
Una possibile definizione di genitorialità: cos'è per
Lei la genitorialità oggi? Come è pervenuta a tale
definizione? Attraverso quali teorie, incontri, esperienze?
La genitorialità è un processo che si compone di
diverse funzioni e che una persona attiva in modi differenziati
nei diversi momenti dello sviluppo dei propri figli o della propria
vita..
Le funzioni principali della genitorialità sono quelle
di:
-
Riconoscimento di un proprio bisogno di avere qualcuno
da accudire, forse un bisogno di essere capaci di fare
qualcosa per qualcun altro. Credo che la maggior parte dei
problemi delle famiglie in crisi siano proprio collegati
ad una difficoltà di
pensarsi come capaci di dare qualcosa a qualcun altro.
-
Saper riconoscere i segnali di bisogno dell'altro
e la capacità di
proiettare anche propri vissuti nel figlio in mancanza di segnali
con il rischio di sbagliare. Ci sono tanti bambini e tante persone
con cui lavoriamo che non sono capaci di lanciare segnali. Ad
esempio, i genitori dei bambini portatori di certi handicap,
non riescono proprio a capire cosa i bambini vogliano perché esprimono
molto poco. Così è necessario che questi genitori
immaginino i bisogni inespressi dei figli e diano qualche riposta
spesso a partire da un'interazione che si può svolgere
a livello corporeo rischiando di sbagliare. Da questo primo comportamento,
nascono poi le possibilità di organizzare via via sempre
più adeguatamente gli altri, aggiustando la riposta sull'indice
di gradimento che si è stati in grado di vedere nel
bambino.
-
Avere la competenza di capire che cosa c'è nella mente
dell'altro. Questo è uno degli aspetti più complessi
della genitorialità, che viene messo pesantemente
alla prova nei momenti critici dello sviluppo dei figli
-
La futurizzazione è compito specifico da prima del
concepimento per tutta l'esistenza del figlio: in particolare
la funzione di ricostruzione e di narrazione della storia della
sua proiezione nel futuro. La difficoltà di futurizzazione è anche
alla base dell'imponente fenomeno del calo delle nascite.
-
La distinzione tra fantasia e realtà, che il genitore
trasmette al figlio attraverso l'intrigato ed affascinante mondo
della narrazione. Questa funzione é oggi particolarmente
complessa, perché il limite tra fantasia e realtà è stato
messo in discussione dal virtuale e sono stati modificati
i parametri di spazio e tempo.
Se la genitorialità è una
dimensione della persona che si sviluppa fin dall'infanzia,
quali sono i cardini, i punti di forza di questa evoluzione?
Prima di tutto:
-
La capacità di attaccarsi,di stabilire una vicinananza
ed una relazione, quindi di farsi proteggere e di proteggere.
-
Il cogliere lo stato della mente dell'altro: comprendere.ciò che
pensa e sente l'altro
-
Il cogliere la soggettività dell'altro, come processo
che contrasta il desiderio di vedere l'altro come parte o derivato
di se stesso in un processo attivo di intersoggettività che
precisi quali sono i confini da rispettare, perché il
problema del confine corporeo o psichico è importante
in tutti rapporti, ma in modo particolare nella genitorialità
-
Il rendersi conto del cambiamento dell'altro: la
non accettazione, la non visione del cambiamento. Il non riuscire
a vedere che è passato
il tempo e che le cose sono cambiate è un aspetto
tipico delle famiglie in crisi.
-
La sfida dell'accettazione del diverso. È stato spostato
quello che era il conflitto di classi sociali al conflitto
di situazioni culturalmente diverse, cambiano i principi
stessi della cultura e della convivenza. I nostri bambini
sono affidati sempre più dai genitori a persone di
cultura diversa, e sono i bambini che devono mettere d'accordo
le varie culture.
Vi sono momenti in cui queste capacità si acquisiscono
più che in altri?
Credo che ci siano delle tappe evolutive standard per tutte queste
funzioni e quindi un po' sono coincidenti alle tappe di sviluppo,
per quanto queste abbiano un ritmo. Credo anche che ci siano
dei momenti in cui la persona uno è forzato ad entrarci,
accelerando i tempi. :a volte è la nascita di un bambino,
a volte è il fatto che una patologia diventi conclamata
(…).
La genitorialità è un nodo di continuità con
la storia familiare. Quali aspetti della genitorialità vengono
toccati, modificati, sviluppati o contratti, dal rapporto con
le famiglie di origine? Oggi, con i cambiamenti in corso, è ancora
una dimensione importante?
sono cresciuta quando ancora non si poteva prendere la parola
a tavola se non si era interrogati. Era dato per scontato. Ora,
questo era qualcosa di molto importante che voleva dire che i
genitori si sentivano nella posizione di dare o togliere la parola,
quindi di avere la regolazione del ritmo, della distanze e dei
limiti coi propri figli. Poi, siamo passati attraverso il ribaltamento
totale, per cui chi doveva stabilire le distanze erano i figli.
Adesso siamo in un'altra situazione ancora, in cui le regole
vengono dai mass-media e dai professionisti. Credo che in tutta
questa problematica, giochi moltissimo la scomparsa della guerra
frontale e dichiarata e la situazione del terrorismo. Non si
sa più dov'è il nemico, il nemico è dappertutto
e il buono che va a difendere, poi fa le torture, bombarda e
non difende.
Le contraddizioni ci sono sempre state nella storia, ma oggi
sono sotto gli occhi di tutti.
Siamo in una cultura in cui è difficilissimo recuperare
i limiti: i genitori sono i primi ad avere difficoltà perché non
hanno più le persone con cui confrontarsi, perché non
possono condividere i propri dubbi con gli altri genitori, sia
per lo scarso numero di bambini, sia per l'isolamento di vita,
che per la riduzione a famiglia nucleare. Inoltre la stessa legislazione
sulla fecondazione artificiale, che sottolinea la dissociazione
tra il biologico, 'affettivo, la presa in carico reale e gli
aspetti anagrafici è frutto di qualcosa già avvenuto
anche nella famiglie ricomposte. "Tu devi chiamare papà quello
che io sposo!".
Si parla molto di infanzia ferita. Esiste una "genitorialità ferita"?
Se sì, quali sono le ferite che ritiene più invadenti?
Il dolore: il dolore dei figli è la cosa più insopportabile.
In qualsiasi momento, in qualsiasi età il dolore e la
morte. Ma forse più il dolore che la morte. Ho visto riuscire
ad elaborare i lutti dei figli ed essere ottimi genitori per
altri figli, o trasformare il lutto in motivazione di lavoro
o di lotta per evitare certi tipi di morte.
Il dolore dei propri figli dà invece paralisi, terrore,
impotenza totale e purtroppo in Italia c'è l'abitudine
a far soffrire i bambini al di là del pensabile, fisicamente
proprio. Il dolore dei bambini non è pensato assolutamente
a sufficienza rispetto ad altri paesi dove la terapia del dolore
sta facendo molto.
Poi c'è tutto l'aspetto del dolore psichico dei figli,
della violenze fatte ai figli contro le quali non possiamo fare
nulla.
In adolescenza, invece, c'è il tradimento. Il tradimento
dei figli è spesso una ferita narcisistica terribile.
Lo riscontriamo adesso nei genitori che sono stati particolarmente
disponibili a parlare coi figli, che hanno fatto grandi sforzi
per restare in sintonia con loro, che non si sono mai opposti
a loro iniziative o comportamenti, cercando sempre di capire
e che si trovano poi di fronte a prese di posizione inaccettabili.
Vivono questo momento come qualcosa che li distrugge totalmente.
Raramente riescono a recuperarlo.
Nel campo degli abusi sessuali, potremmo pensare che vi siano
le ferite più gravi:per esempio il venire a conoscenza
che il partner ha abusato del proprio figlio potrebbe apparire
intollerabile. In realtà stiamo assistendo a cose strane.
Gli abusi vengono dichiarati soprattutto nelle separazioni conflittuali:se
una parte è certo strumentale per ottenere la tutela dei
figli, una parte invece era conosciuta e non dichiarata finché la
famiglia restava chiusa in sé stessa e il mantenimento
dello status quo, appariva più importante della difesa
del bambino. Ciò fa pensare ad una mancanza di investimento
sui cardini fondamentali della vita. Quella patologia che oggi è a
mio avviso la più difficile da affrontare e la più diffusa:
la caduta degli investimenti. Si ha come l'impressione che vi
sia tutta una serie di persone che non ricadono in una patologia "florida",
ma che invece ricadono nella patologia di rimpicciolire i confini
della propria vita su cose sempre più piccole in modo
tale da non rischiare più niente.
Non è una situazione nuova: ho visto donne ridotte a farsi
innumerevoli aborti, uno dietro l'altro, perché non c'erano
altri modi per riuscire a non fare figli ed abortire nella apparente
più totale indifferenza. Certo adesso il contesto è cambiato.
Questo è uno dei modi in cui viene manifestata la genitorialità ferita
oggi. Se mio figlio si fa, è diventato tossicodipendente, è diventato
ladro, è diventato schizofrenico, anche delirante, allora
io disinvesto lui ed il resto delle cose che mi interessavano
per sopravvivere.
La ricerca: di quali ricerche si sta occupando attualmente?
Quali prospettive future intravede?
Adesso stiamo lavorando sulla triade.
Penso che tra un po' di anni smetteremo proprio di parlare di
patologia come di qualcosa che riguarda una persona. Avremo una
patologia della relazione e, fondamentalmente, del contesto.
Quindi qualcosa che sarà visto in un quadro molto più vicino
a quello della sistemica piuttosto che come status del singolo.
Ciò porterà ad un cambiamento importante dell'intervento
clinico, in qualche modo già in atto ,ma non sufficientemente
teorizzato, per paura di non aderire a sufficienza ai modelli
ancora oggi considerati forti. Come vedo andare avanti questa
cosa? Noi lavoriamo molto più in maniera puntuale, sull'hic
et nunc, sulla relazione, sulla rete, in maniera più rapida
soprattutto nei problemi di genitorialità che non possono
aspettare modifiche del profondo e rielaborazioni troppo prolungate
del genitore che arriverebbero quando gli appuntamenti evolutivi
del bambino sono già stati perduti.
Quale relazione pensa possa esserci tra ricerca accademica e
le esperienze professionali nei Servizi Territoriali? E' possibile
pensare ad un'integrazione tra i due ambiti? Quali sono le prospettive
in questo senso?
Oggi si incomincia a dialogare. Una cosa è sicura, tutto
non si può fare, e ad esempio una ricerca sui cambiamenti
delle rappresentazioni deve essere impostata ed elaborata da
persone competenti nella ricerca ed effettuata in uno spazio
a cui le persone afferiscano, quindi i servizi. Per impostarla,
però, in modo che serva sul piano clinico, bisogna progettarla
insieme. Per cui credo che si possano accelerare i tempi del
cambiamento, facendo dialogare la clinica e la ricerca. Bisogna
che ci sia qualcuno che si giochi e che sia a cavallo tra i due
ambiti. Non è una cosa facile, perché se uno si
mette in questa posizione spesso non è accettato né dagli
uni né dagli altri. Per quelli che fanno la ricerca non
sarà mai un buon metodologo, per quelli che fanno clinica
non sarà mai un clinico sufficientemente ortodosso.
Alla luce delle attuali politiche in ambito di protezione
e tutela dei minori, quali linee di intervento propone? Com'è arrivata
a maturare questa opinione?
Per quanto riguarda i Servizi, mi sembra che in Italia ci sia
una carenza di servizi educativi molto alta. Abbiamo avuto la
più grossa esperienza di integrazione del mondo e l'abbiamo
buttata via. Abbiamo un'esperienza di Nidi che hanno fatto scuola
in tutto il mondo, e attualmente se si vuol trovare un posto
al Nido per un figlio, bisogna sapere sette anni prima che lo
si concepirà. Abbiamo avuto esperienze pilota bellissime
in piccole comunità e adesso sembra che l'unica soluzione
sia quella di mettere i bambini in adozione perché non
costa niente.
Mi sembra che manchi molto l'aspetto di programmare i Servizi
Territoriali come i veri Servizi dei bambini, i Servizi che possono
permettere un'adeguata genitorialità per tutti i bambini,
anche quelli organicamente molto malati, per cui si spendono
molti soldi per operazioni, urgenze, dialisi etc. dimenticando
che poi devono vivere con gli esiti di questi interventi tutta
la vita e che la qualità della vita non può misurarsi
in termini di sopravvivenza: il benessere di cui solo i servizi
territoriali possono occuparsi è fondamentale.
Io auspicherei Servizi Territoriali con struttura organizzativa
in modo che ci sia almeno una persona che ha in testa il bambino,
e non finte equipe in cui ognuno fa quello che pensa ottimale,
senza una visione globale della situazione del bambino.
La politica dovrebbe anche essere mirata almeno a riportare le
scuole al livello in cui erano negli scorsi anni, con rapporto
numerico bambino-insegnante buono e tutto un lavoro di riqualificazione
continua degli insegnanti e di ripensamento sul bambino diversamente
dotato.
Mi sembra che stiamo togliendo molte risorse per assumere della
gente a termine, per periodi troppo brevi per fare un lavoro
che non sa fare. Non mi sembra che stia più progredendo,
ma anzi che sia bloccato lo sviluppo di una cultura dei Servizi
Territoriali; mentre sono privilegiati nei finanziamenti gli
ospedali.
Per me è un mistero come la scuola potrà andare
avanti, perché qualsiasi tipo di riforma si possa fare,
saremo sempre totalmente in ritardo. Per me, ma credo anche per
il legislatore,è molto difficile pensare che cosa avrà bisogno
di sapere il mio nipotino tra 10 anni, quando ne avrà quindici.
Non siamo stati abbastanza rapidi nel pensare che col computer
ci sono mille cose che i bambini non hanno più bisogno
di sapere, ma in compenso ce ne sono altre mille che hanno bisogno
di sapere per riuscire ad utilizzarlo nel mondo della globalizzazione.
I Servizi necessitano oggi di esistere e di poter dare risposte
molto più differenziate che non sono ovvie.
In particolare, per quanto riguarda la scuola,essa è davvero
un grosso problema, un incognita proprio per l'impensabilità degli
insegnamenti che possano essere al passo coi repentini cambiamenti
sociali e tecnologici.
Recentemente ha pubblicato un volume dal titolo "Adozione
e cambiamento". Ci permetta una provocazione: l'adozione
va pensata come istituto o come processo?
Come istituto e come processo. È un istituto di sicuro
della massima importanza, che cambia il percorso di vita delle
famiglie e dei bambini; però è anche un processo,
perché dal momento in cui ci si comincia a pensare come
futuri prossimi genitori che vogliono adottare un bambino, comincia
a cambiare tutto.
In quell'occasione abbiamo svolto uno studio longitudinale: ragazzi
adottati rivisti 15 anni dal momento dell'adozione, di molti
dei quali avevamo notizie anche precedenti l'adozione. A tutti
abbiamo somministrato l'Adult Attachment Interview (AAI) e, nei
casi fossero stati adottati tardi, avevamo fatto l'AAI rispetto
al periodo precedente. La conclusione è che si è presentato
a fare questa verifica a distanza un 70% dei ragazzi e la condizione
media era buona. Il 30% non si sono presentati,ed abbiamo saputo
che erano andati a finire piuttosto male, decisamente male.
Ma quel 70% che stava bene (avevano 20/25 anni, qualcuno anche
di più), aveva avuto situazioni iniziali terrificanti:
genitori uccisi davanti a loro, peregrinazioni in Africa per
mesi da soli senza punti di riferimento; avavano vissuto in situazioni
assolutamente tragiche. Nessuno aveva avuto un trattamento psicoterapico.
Al massimo erano andati al servizio 2-3 volte dallo psicologo
o dall'assistente sociale che aveva fatto l'adozione perché stavano
per essere bocciati a scuola o perché avevano fatto qualche
furtarello.
Secondo i nostri criteri clinici attuali con le storie tremende
che avevano, li avremmo messi in terapia, se non altro per prevenire
guai maggiori. Sarebbe stato meglio o sarebbe stato peggio? Chi
lo sa.
Di quel 30% che sta male, la maggioranza viene da posti dove
gli operatori dei Servizi hanno continuato a cambiare.
Quindi, dove di fatto non c'era un punto di riferimento. A me
sembra che nel nuovo modo di vedere il trattamento sia molto
più importante avere un intervento puntuale, poi dimenticarsi
la persona, rivederla dopo 5 anni o dopo 3 mesi e avere un altro
intervento puntuale. Ci deve essere sempre però la stessa
persona, perché se viene sostituita da un'altra persona,
il collega può leggere la cartella , ma chi ritorna chiede
di trovare qualcuno che ha condiviso la narrazione della sua
vita, non che conosca l'anamnesi. Là dove ci sono dei
Servizi stabili, il fatto di andarci anche una sola volta permette
un cambiamento. Un cambiamento tale per il quale la vita riprende.
Evidentemente nessuno può garantire né l'immortalità,
né la permanenza a vita in un posto di un operatore. Il
problema è un altro: sono le assunzioni per programmi,
al massimo di sei mesi/un anno o le assunzioni a termine che
stanno frammentando l'operato dei servizi ed impedendo la formazione
dei giovani operatori che la mattina e per sei mesi lavorano
con donne incinte per tre ore, il pomeriggio con il ragazzo autistico
che ha bisogno di sostegno, e la sera con gli anziani. Nessuno è interessato
a formarli, sapendo che ben presto spariranno dal servizio ed
anche i giovani migliori non possono farsi una formazione in
periodi brevissimi su compiti tanto diversi e senza essere affiancati
da qualcuno di più esperto
L'associazione "Genitorialità" nasce in seno
al master "Genitorialità: interventi preventivi,
diagnostici, psicoterapeutici" da Lei ideato e diretto;
in questo senso, usando una metafora, potremmo dire che Lei è la
madrina, o la nonna di questa associazione: che rappresentazione
ha dell'Associazione reale e di quella ideale?
Con mia grande delusione ho scoperto che non siete i soli a costituirvi
in associazione dopo un master. Questo ha un poco ridimensionato
la mia idealizzazione dell'Associazione come portatrice di futuro,
vedendone anche la funzione di mantenere un'unione con quella
che sarà per molti l'ultima esperienza goliardica universitaria.
Penso, comunque, che l'Associazione possa svolgere una funzione
importante di scambio, di condivisione di pensieri. Credo che
sarebbe molto bello, perché nella nostra professione,
in Italia in particolare, lo spazio di scambio è molto
carente. Anche quelli che tra noi hanno maggior desiderio di "scambiare
idee", in realtà si ritrovano o a girare sempre in
un ambito di "cappelle": psicanalitica, sistemica,
cognitivista eccetera o addirittura ad essere completamente da
soli.
Per cui un'associazione che si mette come base un tema che esige
assolutamente l'interdisciplinarietà, può essere
il contenitore di diversi punti di vista e magari verificarli
nella pratica, vista anche la diversità di lavoro di coloro
che vi partecipano. Se vi sono ancora persone che sono in grado
di prendere uno spazio, più per pensare che per fare;
allora può anche darsi che si riescano a coinvolgere i
giovani. I giovani, oggi, hanno un bisogno enorme di trovare
degli spazi di discussione.
L'altra cosa importante è quella di riuscire a fare qualcosa
di interessante sul web. Una chat forse.
Stiamo pensando anche a delle pubblicazioni, degli articoli
Sono due cose diverse. Forse una chat è più facile. È difficile
scrivere cose intelligenti ogni mese, perché non si è intelligenti
tutti i mesi.
La ringraziamo intanto per il tempo e per la disponibilità che
ci ha dato.
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