GRAVIDANZA E PREPARAZIONE
ALLA NASCITA
"The transition to parenthood"
Il ciclo di vita di ogni famiglia è scandito da tappe
cruciali e da transizioni che riguardano i singoli componenti
e le diverse generazioni. Ogni transizione è un passaggio
da una condizione data ad una nuova, che presenta ai familiari
la necessità di rielaborare le relazioni che hanno instaurato
e di dare loro nuovi significati alla luce delle mutate condizioni.
La transizione alla genitorialità, traduzione italiana
dell'espressione anglosassone "the transition to parenthood",
indica il periodo di passaggio in cui una coppia coniugale si
prepara all'acquisizione dello "status genitoriale",
inteso come assunzione di responsabilità non solo biologica,
ma soprattutto sociale/educativa. Le modalità di assunzione
della genitorialità definiscono anche la futura fisionomia
della famiglia. Con la nascita del primo figlio avviene, infatti,
una radicale ridefinizione dei ruoli e un riposizionamento relazionale.
Nell'ultimo ventennio, nel mondo occidentale, la transizione
alla genitorialità ha assunto connotati specifici: si
tratta sempre più di una scelta ponderata e spesso unica
nell'arco della vita di un adulto. Inoltre l'età della
prima maternità si è progressivamente elevata (per
l'Italia i dati più recenti la collocano a 30 anni), riducendo
la fecondità e quindi il numero di figli (il valore medio è circa
l'1,3 per donna). Il calo delle nascite è propria della
società occidentale ed è causata da molteplici
fattori economici e sociali, fra i quali i modelli culturali
ed i valori individuali rivestono un ruolo fondamentale.
La preparazione alla nascita
Il periodo della gestazione non segna solo l'attesa della nascita
del bambino, ma anche l'attesa della nascita della madre, della
donna come madre e della nascita del padre, dell'uomo come
padre. La gravidanza è quindi un periodo ricco di rielaborazione
del passato e progettazione per il futuro, un ponte tra passato
e futuro.
Compito delle istituzioni è dunque quello di agevolare
e favorire tale transizione, accogliendo questa complessità e
accompagnando la coppia in un percorso che veicoli verso la genitorialità,
in modo consapevole e sereno. I corsi di preparazione al parto-nascita
sono un'occasione per attuare questo percorso, le modalità di
svolgimento degli stessi ne determinano l'efficacia.
Sebbene i corsi siano nati con lo scopo di informare le donne
sulla fisiologia del travaglio e del parto e di acquisire strumenti
per contrastare il dolore, migliorando così il vissuto
del parto stesso, durante la loro evoluzione si sono aggiunte
altre finalità legate al sostegno e all'accompagnamento
prima della donna e poi della coppia in gravidanza, nel delicato
e cruciale passaggio dalla diade alla triade.
L'inizio della vita a tre: il puerperio
Il ritorno a casa con il bambino rappresenta la nascita reale
della famiglia e si accompagna a cambiamenti nell'organizzazione
della vita personale e di coppia.
Il puerperio è un periodo del tutto particolare per la
donna, pieno di novità, di gioia e di gratificazioni,
ma è anche un impegno sia dal punto di vista fisico che
emotivo.
Le settimane successive al parto, con il ritorno a casa, i primi
approcci e tentativi di cura del bambino rappresentano una fase
di transizione e di trasformazione, densa di sentimenti contrastanti
e di emozioni a volte confuse: si alternano sentimenti di onnipotenza,
di perdita, di frastuono, di fastidio per i possibili disturbi
fisici, di euforia…Questa fase è un momento di
particolare vulnerabilità per l'immaginario che spesso
si scontra con la realtà, per le sensazioni ed il timore
di non riuscire a gestire adeguatamente le nuove richieste e
il nuovo ruolo. Si aprono temi densi di significato come quello
del nutrire, del prendersi cura, della dipendenza di un individuo
dall'altro e del come questa dipendenza viene vissuta, gestita,
l'elaborazione del parto come esperienza gratificante o frustrante.
Nel periodo perinatale la donna si trova in un particolare stato
psicologico che suscita in lei una sensibilità estremamente
acutizzata e una particolare sollecitudine per i bisogni del
bambino. La preoccupazione materna primaria, come è stato
definito da Winnicott questo particolare stato e assorbimento
nel bambino, è un fattore essenziale del processo di formazione
del legame. La capacità della madre di immedesimansi nel
suo bambino influenza la qualità dell'interazione, ed è attraverso
i primi contatti con la madre che il bambino sviluppa le prime
reazioni di attaccamento e stabilisce il primo legame (il "bonding").
La madre è facilitata nel fornire al bambino un ambiente
di holding (contenimento), essenziale al suo sviluppo, se lei
stessa è sostenuta psicologicamente e accudita: una puerpera
tende a regredire psicologicamente, sperimentando un particolare
bisogno di sicurezza, di essere protetta, di avere qualcuno che
si occupi di lei e la sostenga psicologicamente. Nella nostra
società spesso la maternità è vissuta in
una condizione di solitudine che tende ad aumentare le ansie
e le insicurezze; il coinvolgimento, la collaborazione e il sostegno
del suo compagno diventano cruciali in questa fase. Attraverso
questa collaborazione le inevitabili difficoltà quotidiane
sono superabili con maggior facilità e i due genitori
maturano assieme la necessaria esperienza, realizzando una crescita
personale che li porta a conoscersi meglio e ad affrontare insieme
le nuove fasi della vita.
A cura di
Maria Isabella Robbiani, Elena Driussi
RICERCHE
La gravidanza come transizione alla genitorialità -
Maria Isabella Robbiani
Breve trattazione della gravidanza come evento cruciale della
transazione alla genitorialità con l'obiettivo di analizzare
la complessità del lavoro psichico che entrambi i futuri
genitori devono svolgere nel periodo dell'attesa e l'importanza
del momento del parto sia come conclusione di un momento di elaborazione
sia come "nuovo inizio" per il futuro.
Analisi dei bisogni e valutazione degli incontri di accompagnamento
alla nascita - Maria Isabella Robbiani
Studio svolto presso l'ospedale "Villa Salus" di Mestre
(Ve) nell'ambito delle attività rivolte ai futuri genitori,
ai quali sono stati somministrati due questionari costruiti ad
hoc:
- il primo teso ad esaminare l'analisi dei bisogni, in cui è stato
dato modo ai partecipanti dei corsi di esprimere le proprie aspettative
sul corso, il proprio bisogno formativo;
- il secondo riguardante la valutazione del corso, compilato
alla conclusione degli incontri, che permette di verificare in
quale misura i risultati conseguiti siano coerenti rispetto le
attese iniziali.
Considerando, dunque, i corsi di preparazione alla nascita quali
il risultato di un processo formativo, è stato possibile
strutturare un corso maggiormente corrispondente alle reali aspettative
e ai bisogni delle coppie in attesa.
Dalla gravidanza al puerperio: una ricerca esplorativa secondo
la teoria dell'attaccamento - Elena Driussi
Ricerca esplorativa svolta presso il Consultorio Familiare di
Gemona del Friuli coinvolgendo le donne frequentanti i corsi
di preparazione alla nascita. Obiettivo è valutare la
correlazione fra il tipo di attaccamento della madre come emerso
in gravidanza e il sistema di cura attivato alla fine del puerperio.
Il campione della ricerca è costituito da 19 gravide di
età compresa fra i 19 e i 40 anni. Durante la prima fase
dello studio le donne si trovano in media alla 35° settimana
di gestazione, mentre la seconda fase si svolge al secondo mese
di vita del bambino. Tutte vivono un rapporto di coppia consolidato.
Gli strumenti utilizzati nella prima parte sono l'Adult Attachment
Interview, la Dyadic Adjustment Scale (Gentili, P., et al. (2002)
e Support Expectation Index (Carli, L., 1999). Nella seconda
parte sono somministrati Expectancy Confirmation Scale (Carli,
L., 1999), l'Edimburg Postnatal Depression Scale (Benvenuti,
P., et al. (1998), un'intervista focalizzata sugli aspetti relativi
alla nascita, alla regolazione del sonno e alla riorganizzazione
familiare; inoltre viene videoregistrata una poppata e successivamente
codificata utilizzando una versione adattata della "Check-List
per l'osservazione e la valutazione della poppata"(tratta
da "B-R-E-A-S-T Feeling Observation Form).
APPROFONDIMENTI
Infertilità: malattia,
colpa, condanna? - Maria Carla Tecce
Il titolo formulato come una domanda, in realtà non prevede
una risposta. Per lo meno non una risposta univoca. Esso - come
credo sia nella esperienza di molti professionisti che abbiano
un poco ascoltato i pazienti infertili - riassume in modo parziale
alcuni fra i molteplici vissuti delle persone che si rivolgono
al medico di base o al ginecologo per cercare una gravidanza
che non arriva.
Per i coniugi, apprendere di avere problemi di fertilità rappresenta
in genere uno shock: non erano preparati ad una simile eventualità che
mette in discussione le loro convinzioni, le loro speranze, i
loro progetti; il "bambino che manca all'appello" priva
di significato gli anni che si sono dedicati a preparare per
lui le migliori condizioni di vita e dunque le scelte precedenti
appaiono prive di senso. La reazione comune assume poi tonalità fortemente
soggettive in relazione alla storia dei pazienti, alla loro struttura
di personalità, al valore che ciascuno attribuisce alla
nascita di un figlio nel proprio progetto di vita.
l sentimento dominante nelle coppie con problemi di fertilità è quello
della perdita.
Le coppie infertili perdono l'idea di bambino prima ancora che
il B. reale. Idea che più o meno consapevolmente accompagna
la vita di ciascuno fin dall'infanzia, dai primi giochi di imitazione
delle bambine, dalle fantasie di potenza sessuale dei maschietti.
Nell'arco della vita, il "bambino immaginato" concentra
in sé una congerie di valori: rappresenta la prosecuzione
genetica e la realizzazione del sé, l'immagine di sé come
persona fertile, il frutto del rapporto coniugale, l'oggetto
d'amore primario e assoluto, il mezzo per assumere lo status
sociale di "madre e padre", l'idea di famiglia, l'esperienza
della gravidanza e del parto, l'esperienza genitoriale. Il trauma è veramente
tra i più difficili da fronteggiare poiché la diagnosi
di infertilità spazza via tutto questo universo di significati
e fa precipitare la coppia nell'esperienza del lutto: ovvero
in quel doloroso stato psicologico che consegue alla perdita
di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell'esistenza.
Nel lutto la perdita può riguardare un oggetto esterno,
come la morte di una persona o la separazione geografica, o un
oggetto d'amore interno, come il chiudersi di una prospettiva,
la perdita della propria immagine sociale, un fallimento personale.
Dal lutto si esce attraverso un processo necessario di elaborazione
psichica, o "lavoro del lutto" che si sviluppa attraverso
le note fasi individuate da Freud. Nel primo stadio di diniego
il soggetto rifiuta l'idea che la perdita sia veramente accaduta
all'idea, si succedono poi lo stadio di accettazione in cui la
perdita viene ammessa, quello del distacco dall'oggetto perduto
e infine il reinvestimento della libido ad esso legata su un
altro oggetto. Un blocco nella elaborazione del lutto porta alla
melanconia, che insorge quando il soggetto sente l'oggetto perduto
come una parte ineliminabile di sé da cui non può separarsi
se non separandosi da se stesso. In questo caso il lutto diviene
patologia psichica.
In un primo momento, i pazienti, increduli e incapaci di accettare
il trauma, chiedono insistentemente altri accertamenti, ulteriori
indagini cliniche, nel tentativo di negare la realtà.
Quando poi l'evidenza non lascia più spazio alle fughe,
la domanda più comune è "perché è toccato
proprio a noi? Perché proprio a me? Ed è una domanda
che se a livello razionale accetta la risposta della medicina,
a livello di emozioni, di realtà interna, non smette per
lungo tempo di tormentare i pazienti, che continuano a cercare
una ragione ultima per motivare il loro destino.
Si tratta di una domanda che vorrebbe inoltrarsi più lontano,
trovare una ragione che non c'è e che renda meno doloroso,
meno impenetrabile, meno ingiusto, il mistero della negazione
di un figlio.
L'emozione desiderante, che i coniugi avevano accarezzato nei
primi mesi di rapporti non protetti alla ricerca di un figlio,
si è via via trasformata - nel succedersi delle delusioni
e poi degli esami clinici - nella paura sempre più concreta
di venire esclusi dalla "normalità" della procreazione.
Quello che sembrava così naturale, così comune,
che trasforma la coppia in famiglia, diventa irraggiungibile.
Quello che appare normale per tutti gli altri diventa insuperabile,
stigmatizzante,
Se la causa della sterilità è stata individuata
e la diagnosi è certa, i pazienti vivono il proprio corpo
come "malato", danneggiato, "rotto" e chiederanno
ai medici ed alla tecnica un "intervento riparatore" o
di aggiramento dell'ostacolo, che porti comunque al bambino desiderato.
Le donne che non riescono ad avere figli tendono ad estendere
la diagnosi di una parziale disfunzione fisica ad una immagine
distruttiva di se stesse e si considerano colpevoli di questo
fallimento. Ogni disturbo fisico diagnosticato viene vissuto
come una menomazione dell'immagine di sé che ognuno si
crea nella propria fantasia, dove però non esiste alcuna
divisione fra fisico e psicologico." (Auhagen, p.31-32).
Se il corpo non risponde più ai desideri della donna ed
alle sue aspettative essa tende ad allontanarsi dal marito ed
a respingere i rapporti sessuali.
Quando invece si tratta di infertilità cosiddetta inspiegata
i coniugi indagano il proprio comportamento, le proprie scelte,
accusano la "qualità della vita" o le precedenti
pratiche anticoncezionali; la loro fantasia si dispiega in mille
ipotesi, che celano spesso inconsci sensi di colpa. Ma esprimono
anche sensi di colpa consapevoli per aver posticipato la gravidanza
al raggiungimento di obiettivi economici o professionali, per
non poter rispondere al desiderio dei propri genitori, per aver
vissuto gioiosamente la sessualità senza procreazione
ignorando i tempi biologici.
Adesso è come se queste scelte venissero punite, come se una qualche
entità li castigasse per non aver rispettato l'ordine della natura.
Si sentono condannati, ingiustamente trattati da un destino crudele ed insondabile.
Proiettano le loro recriminazioni sull'ambiente circostante, sentendosi diversi
e paria. In qualche caso, in mancanza di una risposta medica precisa, il distacco
dall'oggetto desiderato risulta più difficile, si assiste ad un lutto
mensile, ossessivamente reiterato in concomitanza con il ciclo della donna
che segnala il fallimento del tentativo. Per queste coppie "provare" è così importante
che non si danno il tempo di riflettere per tentare di elaborare il lutto,
e concentrando su questi tentativi la maggior parte del tempo, delle energie
e dei pensieri, peggiorano la qualità della propria vita e mettono in
pericolo la sopravvivenza della relazione..
Allo shock segue un periodo di confusione, caratterizzato da emozioni contraddittorie.
La persona stessa si sorprende della imprevedibilità dei propri sentimenti.
A tratti si sente calma, un momento dopo viene presa da una voglia irrefrenabile
di piangere o da una rabbia che sembra del tutto immotivata e che invece deriva
dalla sensazione di essere stati imbrogliati, raggirati. Molti dicono di sentirsi
come se fosse stato loro tolto qualcosa che gli apparteneva di diritto: un
figlio. La rabbia può essere indirizzata verso il coniuge, se è portatore
del disturbo di fertilità oppure verso se stessi. In questo caso scattano
gli autorimproveri per aver fallito, per essere stati incapaci di fare una
cosa del tutto naturale come è il concepire. La rabbia si rivolge anche
verso altri personaggi: i medici, i parenti, gli amici colpevoli di "non
aver fatto nessuna fatica", "di avere una vita normale". A questo
sentimento si accompagna la vergogna del proprio fallimento e l'invidia per
tutti gli altri più fortunati. Come se emergessero da un sogno, le coppie
- ma le donne in particolare - si accorgono che il mondo è popolato
di famiglie, che i giardini pubblici sono pieni di bambini che giocano, che
l'argomento di conversazione più frequente fra compagni di lavoro e
coetanei sono i figli e i loro problemi. Molte coppie, quelle che riescono
meglio ad elaborare il lutto, trovano la serenità sufficiente per continuare
ad intrattenere rapporti sociali e frequentazioni, altre si ritirano da tutte
le occasioni che possono esporli a confronti dolorosi e si ritirano nel silenzio
e nella tristezza.
La Procreazione medicalmente assistita si trova alla fine del processo di elaborazione
del lutto, ovvero nel momento del "reinvestimento", nella fase in
cui ci si rivolge ad un altro oggetto d'amore ma nello stesso mette le basi
per altre occasioni di lutto.
Il "desiderio di bambino" trova, come primo
interlocutore al di fuori della coppia, il medico di base o
il ginecologo di fiducia.
I pazienti si rivolgono a questi professionisti dopo un periodo,
più o meno lungo, di rapporti non protetti alla ricerca
di una gravidanza e rendono quindi pubblico il loro problema.
Benché gli esami clinici siano lunghi ed imbarazzanti,
i pazienti assumono un atteggiamento diligente e disciplinato,
sono dei bravi pazienti, ascoltano attentamente i consigli e
li mettono in pratica. Hanno paura che se non si mostreranno
dei pazienti ideali, potranno vedersi negare le procedure mediche.
Spesso i pazienti si illudono, si aspettano più di quanto
la medicina possa offrire, ma per molti rinunciare al tentativo
di procreazione in vitro equivale a rinunciare definitivamente
- volontariamente - all'ultima flebile speranza. Anche quando
manifestano dubbi e perplessità sulle conseguenze del
trattamento di P.M.A. temono il rimpianto di non aver fatto tutto
quello che era possibile.
Nelle domande che i pazienti rivolgono ai sanitari c'è molto
più della domanda di cura, c'è tutto il dolore
che ho brevemente descritto e una timorosa silenziosa richiesta
di accoglienza. "Anche se gli strumenti, le modalità e
i fini della cura sono cambiati, il medico dell'era tecnologica
viene investito delle stesse aspettative, dei poteri quasi sacrali,
del sapere che gli venivano attribuiti nell'era prescientifica,
solo egli dispone di maggiori supporti scientifici, ma non ha
perso - nell'immaginario dei pazienti - la sua funzione di "padre" simbolico,
di genitore competente, in una tradizione medica fondata sul
rapporto, sulla relazione. In particolare il medico di medicina
generale - istituzione di primo livello - ha la peculiarità dello
specifico rapporto di fiducia, della continuità nel tempo
della presa in carico e della conoscenza del paziente inserito
nel proprio contesto familiare, sociale, lavorativo; il medico
di medicina generale è responsabile della globalità e
continuità della cura. (A.M.Vergine, Interazioni p. 118)
I medici ospedalieri e gli specialisti devono effettuare una
scissione operativa tra l'individuo e il suo ambiente di vita,
in modo da oggettivare i problemi; al contrario il medico di
famiglia è immerso nella soggettività e può usarla
piegandola a scopo terapeutico.
Su queste figure di "padre simbolico" si indirizzano
le proiezioni ed i fantasmi dei pazienti..
I medici assistono, nei diversi momenti, alle vicende dell'elaborazione
del lutto, dal primo periodo di negazione e di disperazione cieca,
a quello della ossessiva ricerca di una soluzione, fino alla
decisione di ricorrere alla procreazione in vitro che psicologicamente
corrisponde all'abbandono dell'oggetto libidico primario - la
gravidanza naturale e il figlio spontaneo- e al reinvestimento
dell'energia psichica su un altro oggetto: il bambino venuto
dalla provetta, ma comunque geneticamente simile. Nella P.M.A.
il medico diventa il "terzo" estraneo alla coppia,
che partecipa dell'intimità più delicata, del luogo
simbolico più riservato: il momento della procreazione.
Indicazioni bibliografiche
- Auhagen Stephanos U., La maternità negata. La paura
inconscia di un figlio desiderato, Torino, 1993
- AA. VV., Il desiderio di maternità, Torino,1979
- Brustia Rutto P., Genitori: una nascita psicologica, Torino,
1996
- AA.VV. Fecondazione in vitro: dai gameti alla società,
in Atti del Convegno Trieste, giugno 2001
- Deutch H., Psicologia della donna, Torino, 1977
- Filardi A.N., Liccati A.M., Oliverio Ferraris A., La procreazione
artificiale in Psicologia Contemporanea, n. 102
- Fiumanò M., A ciascuno il suo bambino, Milano, 2000
- Lalli N.- Liberti N., Problemi psicologici individuali e di
coppia connessi alla infertilità, in Informazione Psicologia
Psicoterapia, Psichiatria, nn. 28/29
- Nunziante Cesaro A, Il bambino che viene dal freddo, Milano,
2000
- Vegetti Finzi S., Il bambino della notte, Milano, 1990
- Vegetti Finzi S., Volere un figlio, Milano, 1997
- Vegetti Finzi S., Il desiderio femminile fra libertà e
responsabilità, in Bioetica n.1, 2001
- Froggio G., Bambino mio sognato, Milano, 2000
Numerosi articoli si trovano in riviste specializzate quali
Human Reproduction
Human Reproduction Update
Journal of Reproductive and Infant Psycology
Fertility and Sterility
IL MASSAGGIO DEL BAMBINO
Elena Arpi
Molto ormai è stato scritto sulla relazione madre-bambino,
sul soddisfacimento dei bisogni del neonato, sull'importanza
dei primi giorni di vita e di un accudimento solerte e amorevole
da parte della madre, ma questi concetti spesso si scontrano
con altri tipici della nostra epoca in cui i genitori sono combattuti
fra la "paura di viziare" toccando troppo (tenendo
troppo in braccio) i propri bimbi e il desiderio di crescerli
in fretta, rendendoli autonomi.
In relatà, il linguaggio del corpo (che la psicologia
ha definito comunicazione non verbale) ed in particolare la comunicazione
attraverso il tatto è un qualcosa di antico e profondo
che è parte integrante di qualsiasi relazione d'amore.
Pensiamo a quante e quali emozioni proviamo quando abbracciamo
una persona che amiamo, e se siamo in una situazione particolare,
se siamo tristi, imparuiti o angosciati quante e quali emozioni
un abbraccio o una semplice stretta di mano possono trasmetterci …
Nell'embrione il tatto è il primo senso che si sviluppa.
Già all'ottava settimana di gestazione, quando il bambino
misura circa 1 cm, la sensibilità della sua pelle è molto
sviluppata, alla nascita il piccolo conosce molto bene le sensazioni
piacevoli associate alla stimolazione tattile evocata dai movimenti
dell'utero e da quelli della madre.
Prendere in braccio il proprio bambino, coccolarlo, accarezzarlo è un
sapere antico che appartiene ad ogni madre e che è di
fondamentale importanza non solo per lei, che soddisfa così un
istinto innato di protezione ed accudimento del figlio, ma lo è anche
e soprattutto per il piccolo. Ma perché le "coccole" (che
fanno parte di ciò che scientificamente si definisce "stimolazione
sensoriale del neonato") sono così importanti per
il benessere ed il futuro sviluppo del bambino? Da un punto di
vista psicologico ogni neonato, ed in particolare i neonati prematuri,
vivono in una condizione psichica di non-integrazione. Ciò significa
che il bambino non ha ancora costruito un senso di Sé come
individuo separato dall'ambiente che lo circonda. A livello psicologico
non esiste la capacità di discriminare tra "me" e "non
me" e, il piccolo si percepisce come un tutt'uno con l'ambiente
che lo circonda. L'integrazione psichica è essenzialmente
promossa dalla cura ambientale e in queste prime fasi di vita
le cure fisiche sono anche cure psicologiche.
Durante la gravidanza i genitori, possono fare molti progetti
sui primi periodi di vita del figlio, ma quando un bimbo nasce
prematuramente il nostro mondo viene sconvolto.
Il momento del parto, un neonato piccolo fragile iperdipendente
dalle cure mediche, la necessaria e prolungata separazione dal
bambino, catapulta i genitori in una realtà di dolore
e paura. E al bambino cosa accade? Anche lui incontra la sofferenza.
Dopo la calda protezione del grembo materno, le prime esperienze
che un prematuro ha con il tocco possono essere negative: le
manovre necessarie alla sua sopravvivenza talvolta sono dolorose.
Ecco che una delle prime cose che un genitore può fare
per essere d'aiuto al proprio bambino è toccarlo, contenerlo
e accarezzarlo. Il linguaggio di un neonato è essenzialmente
corporeo: i piccoli ci parlano con lo sguardo , con le espressioni
e con segnali del corpo, fornendoci informazioni preziose sul
loro "mondo". Il neonato non comprende le parole, ma
capisce il linguaggio d'amore delle mani che si prendono cura
di lui, mani che sanno proteggere, scaldare e, soprattutto mani
capaci di ascoltare e rispettare i suoi ritmi e le sue necessità.
Questa meravigliosa espressione di affetto può contribuire
a lenire le sofferenze fisiche e psicologiche del piccolo e dei
suoi genitori.
Se si è dovuta affrontare una separazione precoce dal
proprio bambino, quando le sue condizioni di salute sono migliorate,
abbiamo la possibilità di recuperare il "tempo della
lontananza: " Il bello dell'essere umano è quello
di possedere una meravigliosa capacità di adattarsi agli
imprevisti e di apprendere nuovi schemi" (V. McClure).
In quest'ottica il massaggio del bambino nato prematuro e non,
diviene uno strumento che favorisce la comunicazione e sostiene
lo sviluppo della relazione genitore-figlio. E' un'opportunità che
i genitori hanno, scelta a priori ma non esclusiva, per rinforzare
un legame intimo ed affettuoso e recuperare "i momenti della
separazione". Ogni madre, dentro di sé, comprende
l'importanza che ha, per se stessa e per il figlio, ricreare
il calore di un rapporto di intimità ed esclusività reciproca
e, per farlo, saprà trovare il modo più adatto
a lei ed al suo bambino.
Il massaggio infanile non e una tecnica con finalità fisioterapeutiche,
ma un modo di stare con il piccolo, è una combinazione
di intimità, gioco, carezze, è uno strumento che
ci aiuta a comprendere i segnali di stress e/o di benessere che
il neonato ci invia.
Il massaggio è un'antica tradizione indiana, un'arte in
cui ritroviamo la tecnica del massaggio svedese, indiano, alcuni
posizioni yoga ed altre adatte ai neonati.
L'evidenza clinica e recenti ricerche scientifiche (v.bibliografia)
hanno confermato l'effetto positivo del massaggio sullo sviluppo
e sulla maturazione del neonato ed in particolare del neonato
prematuro. I benefici per il bambino ed i suoi genitri possono
essere molteplici: favorisce il legame di attaccamento e rafforza
la relazione genitore-bambino, fornisce una stimolazione tattile
che sostiene lo sviluppo neuro-comportamentale, aiuta il bambino
a scaricare le tensioni provocate da nuove situazioni, stress
e piccoli malesseri, ha una notevole efficacia nel prevenire
e nel dare sollievo al disagio delle coliche gassose, sostiene
i genitori nella comprensione del linguaggio corporeo del bambino,
infine può rivelarsi un buon sostegno nei disturbi del
ritmo sonno-veglia.
I genitri possono apprendere le seqenze del massaggio partecipando
al corso, che comprende 4 o 5 incontri di gruppo o individuali
( in base alla prefeferenza del genitore) della durata di circa
un'ora ciascuno. Durante gli incontri l'insegnante mostra le
sequenze del massaggio su di una bambola e ogni genitore massaggia
il proprio bambino. I tempi all'interno della "lezione" sono
strutturati in modo tale che ogni mamma possa essere libera di
allattare, pulire e coccolare il proprio bambino se lo desidera.
Vorrei terminare questo breve scritto con un pensiero di M. Klein,
una delle più autorevoli rappresentanti della psicologia
dello sviluppo, che credo possa riassumere i concetti esposti
in questo articolo e sostenere non solo i genitori ma tutti coloro
che sono impegnati con neonati e bambini.
"Chi siamo?
Siamo tutto il buono e il male che abbiamo vissuto nei nostri
primi giorni di vita.
Tutto quello che abbiamo ricevuto dal mondo esterno e percepito
nel mondo interno.
Tutte le esperienze felici e infelici, vissute con gli altri,
le attività , gli interessi, i pensieri….
Tutto quello che abbiamo vissuto forma parte di noi stessi e
costituisce la nostra personalità.
La buona relazione con se stessi condiziona la nostra capacità di
amare, di essere tolleranti, di essere disponibili verso gli
altri." M. Klein
Bibliografia
Bowlby, J. (1975) Attaccamento e perdita. Bollati Boringhieri.
Torino, It.
Field T. M. (1986). Tactile/Kinesthetic Stimulation Effects on
Preterm neonates. Pediatrics vol 77,5, 654-658.
Hernandez-Reif, Field T. (2001). Evidence-Based Medecine and
Massage. Pediatrics, oct.2001;108 (4) 1053.
Klein,M., Scritti 1921-1958, Torino: Bollati Boringhieri,1978.
Mathai S, Fernadez A, Mondkar J, Kanbur W. (2002). Effects of
tactile-kinesthetic stimulation in preterms: a controlled trial.
Indian Pediatrics.2002 Apr;39(4):401-2.
Spitz, R. (1994) Il primo anno di vita. Studio psicoanalitico
sullo sviluppo delle relazioni oggettuali. Armando Editore. Roma,
It.
Vimala McClure (2000). Massaggio al bambino. Bonomi Editore
Winnicott, D. (1974) Gioco e realtà. Armando Editore.
Roma, It.
Winnicott, D.(1989) Sulla natura umana. Raffaello Cortina Editore.
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