ETA' EVOLUTIVA E GENITORIALITA'
La genitorialità è una funzione che ha il precipuo
obiettivo di garantire il mantenimento della specie.
Da un punto di vista psicologico, essa si attiva ed evolve come
funzione relazionale autonoma basata su rappresentazioni arcaiche
interattive dei genitori evocate nell' hic et nunc della relazione
con un determinato bambino, che con il proprio personalissimo
bagaglio, le riattiva in maniera diversa e modulata, in situazioni
e tempi successivi della vita (Lebovici, 1983).
Si tratta di una funzione di importanza centrale nello sviluppo
dell'individuo, in quanto luogo delle origini, rispetto alla
nascita del bambino, ma anche luogo all'origine, cioè assai
arcaico e precoce nella vita psichica e fisica.
Da un punto di vista generale, la genitorialità è anche
una funzione processuale dell'essere umano che si sviluppa indipendentemente
dall'essere genitore. Il desiderio di "prendersi
cura di" qualcun
altro è un desiderio che si manifesta precocemente e che
trova espressioni diverse a seconda delle modalità immaginative
e rappresentative che sono a disposizione dell'individuo nei
vari momenti dello sviluppo; i primi abbozzi comportamentali
di tale funzione si evidenziano nel momento stesso in cui il
bambino piccolissimo nel seggiolone imboccato dalla mamma, per
identificazione con l'adulto che lo cura e rendendosi conto delle
necessità alimentari di chi lo nutre, prende il cucchiaio
con cui è nutrito e tenta a sua volta di imboccarlo. Negli
anni il bambino svilupperà tale funzione progressivamente,
giocandola su un piano fantasmatico e concreto, tramite continue
identificazioni con gli adulti di riferimento e con il gruppo
dei pari (Fava Vizziello, 2003).
I numerosi significati collegati alla genitorialità sono
imprenscindibili dalla comprensione di alcuni aspetti dello sviluppo,
delle capacità relazionali e dell'adattamento sano o psicopatologico
dell'individuo al proprio ambiente (Simonelli, Zancato & Calvo,
2000).
Difatti, di recente la Genitorialità, riconosciuta per
la sua centralità e valenza relazionale, è diventata
finalmente uno degli aspetti dell'individuo oggetto di valutazione
nei Servizi.
Ma perché abbiamo associato nella stessa area tematica
l'argomento Genitorialità ed quello Età evolutiva?
In questa scelta si dischiude il nostro orientamento teorico
e il nostro modo di intendere questi aspetti / fasi dello sviluppo
umano.
La genitorialità rappresenta una situazione evolutiva
strettamente legata alla storia infantile ed adolescenziale:
la capacità di effettuare costruzioni preconsce sul funzionamento
genitoriale dei propri genitori costituisce un importante presupposto
rispetto all'elaborazione di progetti e desideri riguardo alla
propria genitorialità e influenza le modalità di
accudimento, l'interpretazione degli stati emotivi e dei bisogni
del proprio bambino. L'evidenza che la genitorialità rappresenta
la continuità dell'esperienza familiare o una sorta di
opposizione ad essa è alla base degli interventi psicoterapeutici
sui conflitti della genitorialità messi in atto da alcuni
autori.
Come ci suggerisce la Teoria dell'Attaccamento, sulla base delle
interazioni ripetute con le principali figure d'accudimento il
bambino costruisce la propria rappresentazione di sé,
dell'altro e del mondo esterno; per questo pensiamo che i genitori
abbiano una fondamentale importanza nell'organizzare la personalità del
bambino, e ci chiediamo in che modo una genitorialità disturbata
possa correlarsi con l'eventuale evoluzione patologica dei figli.
In altre parole, la genitorialità e l'età evolutiva
rappresentano due momenti del ciclo di vita fortemente interconnessi
e interagenti tra loro. I due individui in gioco, il caregiver
e il bambino, seppur distinti nella loro individualità personale
e di ruolo, sono da noi considerati in ugual misura attivi partner
co-costruttori della stessa interazione.
Tra i protagonisti di quest'interazione, esiste una circolarità di
influenzamenti e adattamenti reciproci che rendono la diade genitore-bambino
o la triade mamma-papà-bambino quali unità di funzionamento
interattivo che rendono fortemente interdipendenti lo sviluppo
psicologico e fisico del figlio e quello del genitore nella sua
funzione genitoriale e di adulto. Infatti, la funzione genitoriale
così come esercitata dal genitore può avere molteplici
influenze sia sullo sviluppo della prole in generale che sulla
modalità in cui verrà interiorizzata ed esercitata
a sua volta la funzione genitoriale dei figli. Allo stesso modo,
lo sviluppo e le caratteristiche del figlio hanno degli effetti
importanti sulle modalità di assunzione della funzione
genitoriale e dell'integrazione di questo ruolo nella propria
identità globale di adulto.
In ambito clinico è possibile pensare che se a volte i
disturbi gravi della relazione madre-bambino derivano dalla conflittualità genitoriale
preesistente, altre volte vengono provocati dalle caratteristiche
del bambino e dalle vicende perinatali che rendono il genitore "perturbato
e perturbante" (è quello che può succedere,
ad esempio, nei genitori di figli prematuri e affetti da handicap),
altre volte ancora dal contesto di vita in cui si colloca la
loro relazione.
È proprio allo studio di questa complessità che vuole
essere dedicata tale sessione.
A cura di
Mariateresa Cataldi,
Silvia Casari
RICERCHE:
Attaccamento e linguaggio in eta' prescolare - Chiara Pinatto
Il progetto di ricerca trae origine dagli studi che si occupano
dello sviluppo linguistico e del valore cruciale dell'età prescolare
all'interno della cornice teorica offerta dalla teoria dell'attaccamento.
La letteratura, infatti, sollecita diversi quesiti che chiamano
in causa le relazioni tra attaccamento e linguaggio in età prescolare.
Sembra, dunque, interessante proporre un progetto di ricerca
a carattere esplorativo con lo scopo di approfondire la relazione
tra attaccamento e linguaggio in età prescolare.
In particolare il progetto di ricerca intende osservare la modalità di
attaccamento e lo sviluppo linguistico sia in un campione clinico
costituito da bambini con disturbo del linguaggio che in un campione
di bambini con sviluppo normale in età prescolare. In
particolare si intende valutare l'attaccamento secondo due modalità:
sia attraverso l'osservazione diretta del comportamento (AQS
- Attachment Q-Sort) che attraverso la modalità indiretta
delle rappresentazioni mentali espresse nelle narrazioni (ASCT
-Attachment Story Completation Task) mentre si intende valutare
il linguaggio attraverso un test specifico e plurisettoriale: Test di Valutazione del Linguaggio/TVL, Livello Prescolare.
L'influenza dell'attaccamento all'educatrice nello sviluppo
del linguaggio - Silvia Casari
Lo studio si propone di verificare l'influenza della qualità della
relazione di attaccamento che il bambino stabilisce con la sua
educatrice di asilo nido nello sviluppo del linguaggio all'interno
di un gruppo di 15 bambini (8 Femmine e 7 Maschi) regolarmente
frequentanti un asilo nido della provincia di Venezia. L'età media
dei bambini è 27, 5 mesi (range: da 15,18 a 40.10). Gli
strumenti utilizzati sono stati: 1) l'Attachment Q-Set di Waters
(1995), tradotto in italiano da Cassibba e D'Odorico (1992),
strumento che permette di ottenere un punteggio di sicurezza
(corrispondente al grado di somiglianza del soggetto osservato
al prototipo del bambino con attaccamento sicuro), 2) le tavole
di sviluppo di Kuno Beller (1995) relativamente all'area del
linguaggio. La ricerca ha permesso alcune riflessioni sulle caratteristiche
dell'attaccamento all'educatrice dell'asilo nido e sugli strumenti
utilizzati.
APPROFONDIMENTI
Genitorialità difficile
in famiglie mutliproblematiche: vulnerabilità e resilienza
nella Rochester Longitudinal Study e nella Health Research
Network - Georgios Poulidis
La vulnerabilità e la resilienza sono
due concetti determinati da una moltitudine di fattori interagenti
che spesso è difficilissimo
isolare e studiare. In un groviglio di interazioni a catena e
di circoli viziosi o benigni che portano alla psicopatologia
o alla "normalità" sembra che la funzione genitoriale
sia quella con il maggior peso sullo sviluppo, più di
ogni altra. Avere una personalità con un Sé resistente
alle difficoltà e alle avversità che non ceda allo
stress o all'angoscia in maniera eccessiva è una cosa
che "si trasmette" ai figli attraverso la costruzione
di una base sicura sulla quale si può immaginare, sognare,
allontanarsi e ritornare (Bowlby, 1980; Alvarez, 1992; Waddell,
1998), attraverso il radicamento della convinzione che "la
vita merita di essere vissuta" (Winnicott, 1958), come hanno
messo in luce molti studi della prospettiva psicoanalitica e
della teoria dell'attaccamento.
Superata la teorizzazione bio-medica della psicopatologia,
il mondo scientifico ha volto la sua attenzione alla multifattorialità e
alle innumerevoli interazioni tra l'ambiente e il bagaglio genetico
per riuscire a comprendere l'evoluzione delle malattie mentali.
Così ci si è concentrati a studiare i fattori e
i meccanismi che determinano le difficoltà evolutive ponendo
in rilievo la direzione verso la quale opera un fattore
che può essere
una direzione di rischio oppure di protezione. I ricercatori
della Rochester Longitudinal Study (RSL) investigarono sul ruolo
della malattia genitoriale, dello stato sociale e di altri fattori
di carattere cognitivo e sociale presenti nella famiglia di origine,
che avrebbero potuto costituire fattori di rischio per lo sviluppo
dei bambini. Le ipotesi principali furono: i comportamenti devianti
dovevano essere attribuiti (a) alla specifica diagnosi della
madre; (b) alla malattia mentale in generale ma non legata alla
diagnosi ricevuta, e (c) allo status sociale ed economico, per
esempio situazioni di minoranza etnica o di altro tipo. Il campione
composto da 337 famiglie era eterogeneo in molte sue caratteristiche
e dimensioni e furono presi in considerazione tre gruppi diagnostici
e uno di controllo, non patologico.
La prima ipotesi ha ricevuto poca conferma contrariamente alla
seconda e alla terza che sono state ampiamente confermate. Come
i rilevamenti legati alla psicopatologia della madre così anche
gli effetti dello status socio-economico erano evidenti nei primi
4 anni di vita.
Sul versante della Health Research Network, Michael Rutter
spostò l'attenzione
del rischio e della protezione in età evolutiva, dai fattori
ai meccanismi psicologici e sociali che possono funzionare nell'una
o nell'altra direzione. E questo perché ha scoperto che lo stesso
fattore poteva avere dei risvolti positivi o negativi secondo il modo e il
contesto in cui veniva attivato. Secondo questa teorizzazione i nostri interventi
con le situazioni di genitorialità difficile
devono cercare di cogliere questa "meccanica del rischio e della
protezione",
da una parte amplificando i tratti positivi della personalità dei
genitori e dei figli e dall'altra riducendo l'incisività di quelli
negativi. Nel far ciò Rutter ha ipotizzato 4 meccanismi protettivi da
mettere in atto nei nostri interventi a qualsiasi livello terapeutico o educativo:
1. la
riduzione dell'impatto del rischio, alterando la natura
del fattore di rischio stesso o perseverando il bambino dall'esposizione ad
esso.
2. l'intervento sulle reazioni negative a catena, ovvero sulla
formazione dei circoli viziosi
3. il radicamento e il mantenimento dell'autostima
e dell'efficacia individuale nel fare le cose nella vita autonomamente.
4. la costruzione di prospettive di vita.
La protezione non risiede nella chimica psicologica del momento
ma nel modo in cui le persone affrontano i cambiamenti della
vita e nel modo in cui fronteggiano le angosce e le avversità. Osservando con attenzione quel che la situazione
ci suggerisce e i meccanismi, oltre che i fattori che sono in gioco, possiamo
intervenire cambiando una traiettoria evolutiva compromettente in una con maggiori
possibilità di successo.
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